ufo e antichità

Il ritorno di un antico mito nelle odierne cronache ufologiche


Dai ruderi delle civiltà sumeriche alla giungle guatemalteche e messicane, fino alle sconfinate pianure del Deserto di Gobi, emergono immagini di un medesimo culto ancestrale, ora scolpite nella pietra ora tramandate attraverso molteplici generazioni in leggende e tradizioni riscontrabili negli attuali usi e costumi locali: il mito di divinità dalle fattezze feline, o meglio a metà strada fra l'uomo ed il felino, esponenti di una stirpe sconosciuta che si narra sia "discesa dalle stelle". Presso gli Olmechi dell'America Centrale tali esseri presero il nome di "uomini giaguaro" e ancor oggi gli indigeni, riferendosi a quelle antiche raffigurazioni, parlano esplicitamente di "guerrieri stranieri" o di "guerrieri della notte", una possibile allusione allo spazio cosmico. In Mesopotamia invece, come nell'isola di Creta e notoriamente anche in Egitto, venne presa ad emblema dal misterioso popolo l'immagine del leone: si vedano i famosissimi bassorilievi e maschere ritraenti la possente fiera, non a caso attributo di forza e divinità di re e sovrani, nonché ovviamente la stessa sfinge. Infine nel Celeste Impero (come del resto anche presso i Maya) la scelta per designare il sovrumano cadde sulla tigre: significativamente ancor oggi si dice che gli sciamani della Mongolia ed i monaci tibetani, cadendo in trance, entrano in contatto con i "signori di tutte le cose" che hanno appunto "volti di tigre e volano su uccelli di fuoco".
Sorprenderà a questo punto constatare come le propaggini di questo antichissimo e misterioso culto, un tempo di portata quasi planetaria, si estendano sino al moderno tema degli UFO, di per sé del resto espressamente collegato ai sopra menzionati "carri" o "vascelli infuocati", il cui ricordo è così spesso ricorrente nelle leggende e nei testi sacri di innumerevoli culture.
Il discorso è rivolto a quegli episodi ufficialmente noti di contatto ravvicinato con creature, la cui morfologia richiama manifestamente i tratti di quegli uomini gatto scesi dal cielo migliaia di anni fa.
In Italia conosciamo a questo riguardo due casi, risalenti agli anni Sessanta, ma divulgati solo parecchi anni più tardi.
Il primo, in ordine di trattazione, avvenne nell'estate del 1968 in Val di Fassa, sulle Dolomiti, ed ebbe come protagonista il rappresentante di un'industria automobilistica. Reso di pubblico dominio nel 1979, esso trovò eco anche all'estero, attraverso le più quotate riviste dedicate alla problematica degli oggetti volanti non identificati, come la tedesca "UFO Nachrichten" e la britannica "Flying Saucer Review", sulle quali furono riportate le interviste che figure storiche, come il maggiore Colman von Keviczky e la cugina di Jung, Lou Zinstag, personalmente effettuarono al testimone: un uomo la cui coscienza apparve profondamnete influenzata da quell'esperienza, soprattutto nel rapporto con la religione, la politica e le cose terrene in genere.
Il resoconto qui presentato appoggia sulle memorie che egli racchiude nel testo "Flying Saucer Seen in the Dolomites", del 1968 e su n suo pubblico intervento, tenuto in occasione d una conferenza internazionale a Magonza, in Germania.
Il secondo caso, qui ripercorso, si verificò invece sulle colline circostanti Bologna, sul finire del 1962, e vide il palesarsi di esseri estremamente simili nei lineamenti e nell'abbigliamento all'alieno che sei anni più tardi sarebbe stato avvisato in Val di Fassa: pochissimo conosciuto sino ad un quindicennio fa, se non per una lettera anonima che il testimone, poche settimane dopo l'evento, aveva inviato alla rivista "Settimana Incom", contestualmente ad un articolo relativo ad un avvistamento UFO, riferito sulle colonne della medesima. Su di esso gravò per anni il sospetto che si trattasse dell'ideazione di un mitomane.
Solo nel 1986, con la casuale individuazione dell'interessato, la cui vera identità è a tutt'oggi coperta da un nome fittizio, fu possibile "disseppellire" tale vicenda e valutarla in una luce completamente diversa. Si trattò peraltro di una ricerca le cui risultanze furono espressamente confinate, dagli stessi "riesumatori" del caso, a pochi "addetti ai lavori" e soprattutto sostanzialmente ridotta ad un arido e distaccato resoconto sul fatto in sé, in quanto priva di alcun "close up" sulla storia personale e la psicologia del testimone, non fosse che per il vago accenno allo stato d'animo tangibilmente scosso che questi ancora evidenziava rievocando il lontano episodio. Di qui lo spessore apparentemente inferiore del caso in questione rispetto al precedente.